“…Lia Drei trafigge lo spazio , la luce… esistono analogie?  Forse, ma probabilmente è più esatto dire che nel suo gesto abbiamo una violenza, un’elegante violenza che viola lo spazio, che viola una superficie immacolata e che non fa soltanto mostra di sé. Il gesto di Lia Drei nell’infliggere lo spillo non è fine a se stesso. Da questo evento nasce subito qualcosa d’altro, scaturiscono una serie di possibilità, di altri eventi. Copertina catalogo mostra personale Galleria Il Canale, Venezia, 1977La spillo ha perforato la superficie modificandola, vi è penetrato dentro; il supporto quindi non è più quello di prima, ma neppure lo spillo è più uguale a se stesso. Il suo modo di essere è stato condizionato e non muterà finchè resterà in quella posizione.
Pur essendo sempre spillo sarà qualcosa d’altro, un limite, un traguardo, un punto di riferimento. La sua presenza incide la superficie e la anima; inflitto ortogonalmente determina una infinita possibilità di triangoli ruotanti sul suo perno, causa un’infinita possibilità di ombre che possono essere diverse e simultanee. Nasce un microcosmo, ciò che era inanimato crea delle situazioni, delle possibilità di eventi prima imprevedibili…”

LUIGI LAMBERTINI
(Lia Drei, Galleria Il Canale, Venezia, 1977)

 

“…Il processo di riduzione autoanalitica, avviato qualche anno fa con il passaggio dalla superficie interamente strutturata mediante il modulo geometrico (spazio come campo) l’aveva condotta all’opera costruita direttamente sulla parete con gli spilli. “Infliggere gli spilli nel muro significa penetrare dentro le cose con fatica e divenire parte di un tutto”, dice. Dunque spazio totale che recupera la dimensione emotiva dell’essere, riduce il segno all’ombra dello spillo sul muro, moltiplicandone le possibilità di percezione e di rapporto, modo di pervenire all’infinito che finisce per negare lo spazio come ideologia. Catalogo mostra personale di Lia Drei, Galleria Fiumarte, Roma, 1980Un’ulteriore rarefazione ha condotto l’artista alle più raffinate ed elaborate prove attuali. Un meccanismo mentale di combinazione e trasformazione associa gli elementi della pittura, facilmente riconoscibili (superficie segno colore) e quantitativamente ridotti, in ritmi musicali, modulazioni di frequenza concentrate in brevi annotazioni che lasciano libera la candida superficie. “Essere astratto con dei ricordi”, scriveva Klee. La forza della linea sfuma in percorsi vagabondi affidati alla serica duttilità del filo e alla sua ombra, l’innata nostalgia per il colore si fa citazione, nota simbolo visione aperta e chiusa, meditazione immagine trasfigurata sogno. Labirinto partitura, scrittura a specchio per una lettura trasversale, nello spazio del soggettivo vissuto come riflessione.”

MARIA TORRENTE
(Lia Drei, Galleria Fiumarte, Roma,  1980)
 

“…Lia Drei, “ovvero la costanza del codice genetico attraverso le varianti”, ritorna al gusto del quadro, o meglio della tela, su cui appunta piccole memorie colorate, fili e bolle che ascendono e discendono al di là e al di qua di una linea, a volte indicata da un percorso suggerito, a volte scoperta in un percorso da indovinare. Punti e puntine, spilli e tondini, fili e fibre non sono un “gioco”, ma rappresentazioni semplici di idee più complesse: sono procedimenti di esplorazione, scoperte di certezze attraverso il dubbio, modi di comunicazione. Sono processi cerebrali della mente. Anche nell’antica scienza sacra il punto è l’emblema del Principio, il cerchio è l’emblema del Mondo: questi piccoli cerchi, o soli, o mondi creano sulla tela costellazioni magiche, note musicali, simboli floreali. Del resto, lo “sbocciare” non è forse un irradiamento intorno al centro?”

MARCELLA VALENTINI
(Cosmogonia e codici, L’Umanità, 16 maggio 1980)

Hard and soft, 1980




 










Hard and soft, 1980
 
“…Le opere della Drei e di Guerrieri mantengono, alla distanza di circa tre lu­stri, la loro impavida qualità, la loro vampa interattiva affidata al taglio combinatorio delle forme elementari eccitate dal dinamismo cromatico, ed anche tutta la carica di sollecitazioni. Manifesto Sperimentale P, Macerata, 1981
Intese a cogliere la struttura primaria della forma nel rapporto percettivo che allea l’occhio al cervello, l’operazione ghestaltica non compie acrobazie parascientifiche, non simula la scienza, ma stabilisce con essa e con la tecnologia rapporti suscettibili di interrelazioni e di interscambi.
È quindi un’operazione, quella della Drei e di Guerrieri, che ancora oggi - e non soltanto allora, al suo proporsi, quando sembrò, e in  gran parte lo era, l’unica via praticabile per un vasto campo di esperienze artistiche agganciate ad una più ampia, attuale e futuribile dinamica - costituisce uno dei capisaldi della cultura contemporanea; ed è ancora, un territorio tutto agibile per assonanti ricerche nel campo dell’urbanistica, dell’architettura, del design, solo che coloro che operano in queste aree possano avere occhi per il presente e per il futuro, invece d’essere incantati, come sono, da crepuscolari sirene”.

SANDRA ORIENTI
(da Strutture della forma, Lo Sperimentale p. ai Musei Civici di Macerata, “Il Popolo”, Roma, 28 ottobre 1981)
 

“…Le opere di Drei e Guerrieri appartengono, di diritto, all’area di ricerca volta a sottoporre ad una verifica rigorosa i procedimenti della creatività artistica, dei modi della comunicazione estetica e della risposta del fruitore.
I due artisti concentrano la loro attenzione sulla percezione visiva realizzando strutture in cui le forme e i colori appaiono impostati su fondamenti rigorosamente calcolati: Guerrieri articola i segni sulla base di regole di composizione multiple, ma sempre di numero finito e di natura costante, che interagiscono tra loro nella composizione del quadro; si tratta per lo più di bande verticali, nere e rosse, che muovono dall’alto e dal basso della superficie con linee andamentali alternate.
Lia Drei punta su forme più libere e su timbri più aperti e squillanti di colore ma sempre inseriti in una struttura di base costruita su regole compositive il più possibile oggettive e esatte.
All’interno della poetica comune è comunque possibile individuare la diversità delle due declinazioni, più mentale e riflessiva quella di Guerrieri , più emozionale e felice quella di Drei.

FILIBERTO MENNA
(Interessanti rivisitazioni a Macerata, Guerrieri e Drei, “Paese sera”, Roma 21 ottobre 1981)
 
“…Lia Drei, con la sua recentissima  personale, dedicata alla “Avis Paradisea: misteri, simboli e allegorie”, interpreta i termini fondamentali di ambiente e partecipazione,  secondo una globalità ideologica diversa da quella corrente, ma ricca di connotazioni intimistiche e di suggestioni visuali. Catalogo mostra Metapittura, Ed. Coopedit Macerata, 1982Nei suoi lavori il tessuto estetico risulta amplificato da un vago senso di sospensione, quasi magico, per il quale si sviluppa dalla stretta bidimensionalità del quadro una  età pittorica  dell’oggetto artistico mediante formulazioni linguistiche sufficienti a rielaborare criticamente  le immagini che fluttuano nella memoria e parlano, trasformandosi in realtà spirituale metastorica e metapittorica.”

ELVERIO MAURIZI
(Un caso culturale: la Metapittura, Musei Comunali di Macerata, Ed. Coopedit Macerata, 1982 )
 
“…Lia Drei con il suo carico d’esperienza dentro la vicenda astratta piacerebbe ad Atanasio Soldati, in qui paesaggi di verde e azzurro, in quei violetti, in quei rosa. Locandina mostra, Metapittura 84, Studio F34, Roma, 1984E’ un inaspettato figurativo il suo, corpo e anima di pupe senza filo, che hanno ritrovatola morbidezza delle curve, e s’atteggiano a gesti rotondi; non conoscono il contatto con la terra e con l’acqua, neppure quando stanno sdraiate o semimmerse tra fiori e uccelli. Con il passo vacillante catapultano come se lievitassero nel vuoto. Festa di colore, stesure complementari concrete e una condizione angosciante. Lia Drei dice: “Questi miei personaggi reclamano la mia attenzione”. E, del mondo di oggi, essi gridano la solitudine, la non comunicazione. ”

CATERINA LELJ
(Metapittura, L’Osservatore politico letterario, anno XXVIII, n. 10, Milano, 1982)
 

“…La relazione tra pittura e mondo deve essere recuperata, ma può essere ritrovata solo per vie indirette, frammentarie e disorientanti e una di queste vie è data dalla stessa pittura del passato che aveva trovato i varchi gisti per incontrarsi con il reale. Di qui il termine “metapittura”, ossia una pratica artistica che rilegge la propria storia e le proprie forme per cercare attraverso la Pittura i significati della Vita e del Mondo, il senso della nostra presenza”. Le opere presentano a suo tempo nella mostra romana e quelle attualmente esposte nella Pinacoteca di Macerata confermano, da un punto di vista operativo, gli assunti teorici del manifesto meta pittorico: in questi quadri rivive la tradizione moderna e i grandi maestri del nostro passato prossimo fanno da viatico ai sei artisti romani lungo i sentieri interrotti che dovrebbero ricondurci nuovamente a contatto con le cose del mondo. ”

FILIBERTO MENNA
(Per capire se la pittura ha un senso, Paese Sera,  Roma, 24 maggio 1982)

 

“…Il problema centrale della ricerca della pittrice, come ebbe lei stessa a dichiarare, era sin dall’epoca in cui usava il cerchio “proprio nel colore luce e nel relativo movimento”, ed è su questa base che si svolge la sua ricerca, Volume, Giorgio Di Genova, Storia dell’Arte italiana del ‘900 generazione anni venti, Ed. Bora, Bologna, 1991dapprima con strutture fisse e rigorosamente disegnate, poi con movimenti minimali degli andamenti degli effetti ritmici che nelle loro teorie ora si fanno tendenti all’ovale (Struttura A10, 1967) ed ora accentuano sommessamente le sinuosità già insite nelle opere del ’65 (Quattro Azzurri, Quattro Arancioni, 1968), a preludio di quegli sconvolgimenti che si riverificheranno nel decennio successivo.
Nel Settanta, certo per sensibilità al diffondersi delle installazioni ambientali, Lia Drei sposterà il discorso dalla tela all’ambiente. ”

GIORGIO DI GENOVA
(Storia dell’Arte Italiana del 900.  Generazione anni Venti, Ed. Bora, Bologna, 1991)
 

“…superato il livello sperimentale, approda al livello dell’espressione per la quale l’artista elabora modelli, modulazioni, che, pur nella variabilità, esplicitamente indicano le ragioni della scelta operativa nella quale assume rilievo l’apporto della scienza, la dimensione psicologica, la sensibilità dei colori,  il rapporto tra di essi fatto di assonanze e dissonanze in grado di formulare una complessità visiva che implica anche durata e spazialità. Un terreno speculativo nel quale vengono proiettati e, quindi, analizzati, sviluppati, confrontati, combinati i coefficienti fondanti del colore, della luce, del movimento fino a pervenire ai confini della concettualità nella quale si richiede il coinvolgimento attivo, partecipato, creativo dello spettatore.
L’artista costruisce con rigore situazioni utilizzando, per l’implicita sostanza conoscitiva, talune figure geometriche, in primo luogo il triangolo e, poi, il tondo e il semitondo, disposte in fasce orizzontali e verticali, che si espandono, si rastremano dando luogo, con intrigante andamento ottico, ad ondulazioni, attraverso le quali si coglie il riflesso delle multiformi strutture della mente. Ne deriva un percorso perennemente teso all’essenzialità, nella quale senso e dubbi, impianto scientifico ed espansiva sensibilità si integrano, si combinano proiettando i movimenti profondi dell’anima con scansione musicale. ”

LUCIANO MARZIANO
(Lia Drei, Terzoocchio, n. 112, Ed. Bora, Bologna, 2004)
 
“…Nei suoi quadri, forme e colori si succedono, si compongono, si alternano, si rincorrono, si chiamano gli uni con gli altri, annullando distanze di spazio e di tempo, unificati nei tempi e nelle spazialità dell’anima, nelle distese dei valori puri, assoluti.
Sono elementi sensibili e vivi, impegnati in un continuo intrecci o di relazioni in cui si costruisce la loro esistenza temporale, la loro dimensione intima e affettiva. D’altra parte, nello snodarsi del suo percorso artistico, Lia attua una chiarificazione ed esplorazione continua dei principi che regolano la visione; è affascinata dalle teorie della Gestalt e dalle ricerche di matrice strutturalista, tese anch’esse a indagare e a chiarire i reciproci rapporti di interazione e contaminazione tra forme e strutture visive.
In fondo l’arte è un fenomeno così fluttuante e incerto che si offre a continue implicazioni e definizioni; è essa stessa biologia di fenomeni, possibilità di articolazione logica e analitica; è fisicità e spiritualità nello stesso tempo; è il luogo elettivo, sacrale, in cui si nutre l’avventura creativa di Lia, in cui si dischiude e si compie il suo cammino di ricerca; un cammino che è compendio di esperienze formali riconducibili ad un principio più alto, un principio di stile, non solo dell’arte ma della vita.”

TEODOLINDA COLTELLARO
(Lia Drei, Ed. Modiarte,  Calasetta (CA),  2005)
 

“…Lia adorava dipingere fiori e, sulla scia di illustri antecedenti, stava elaborando piccole tele in cui dai suoi triangoli ne sbocciavano di bellissimi. Un percorso floreale in cui la forma geometrica del triangolo delineava fiori sempre diversi ed esaltava, nella sua purezza compositiva, gli splendidi colori del suo giardino dipinto, luogo dell’immaginario in cui germinava la forza espressiva, la capacità di racconto di ogni opera.
Anche in queste ultime tele si leggeva la qualità e lo spessore del suo cammino artistico oltre alla sua grande sensibilità, in grado di coniugare il concetto con l’immaginazione, la razionalità con l’emozione. Lia coglieva le più sottili consonanze di pensiero e fissava la sensazione, l’attimo, il frammento di realtà traducendoli nel suo personale alfabeto figurale, realizzando opere raffinate nella composizione formale e nella definizione cromatica.”

TEODOLINDA COLTELLARO
(Lia Drei, Ed. Modiarte,  Calasetta (CA),  2005)
 

“…Lia Drei ricerca le strutture geometriche fondamentali, la bellezza essenziale di fiori e di vegetali. Qui, come in tutto il percorso creativo di questa artista, il colore diviene struttura e la struttura diviene colore, canto, poesia.  Catalogo mostra personale di Lia Drei, Galleria Il Triangolo, Cosenza, 2005Le strutture floreali e vegetali, libere dai limiti della superficiale rappresentazione naturalistica, divengono forme assolute che occupano, ferme, lo spazio o nello spazio vagano cercando di relazionarsi a vicenda in una dimensione irreale.
Eppure questi “fiori”, questi elementi vegetali sono più veri di quelli naturalistici, sono veri e vivi per la poesia che emana insieme al segno costruttivo delle strutture che l’artista scopre o crea perché essi possano esistere nel mondo visivo dell’Arte.
C’è la gioia di vivere nella natura, l’amore grande e profondo e per la Natura e per la Vita, forse ancor più forte quando si avvicina il momento dell’addio.”

FRANCESCO GUERRIERI
(Lia Drei  Il tempo del sogno Un giardino di triangoli, Galleria Il Triangolo, Cosenza, 2005)
 

“…l’incontro con il triangolo è stato forse quello più folto di approfondimenti. Nelle opere di Lia Drei questa minima forma geometrica si è arricchita di valenze e variazioni molteplici, Depliant mostra personale di Lia Drei,  Un giardino di triangoli, Galleria Miralli, Viterbo, 2006per cui la sorpresa  contraddistingue ogni sua opera, pur nell’elementare rapporto tra i due lati, di cui uno rappresenta la base, il rapporto con la terra, e l’altro ciò che a questa necessità si sottrae, elevando un canto verticale alla dialettica. I due lati sono congiunti  dall’ipotenusa, che così diventa un vero e proprio tema, carissimo alla nostra artista, che gioca molto sul rapporto tra le due e tre dimensioni dello spazio, sottese appunto dal triangolo. L’elemento cromatico inserisce una deviazione di tipo essenzialmente lirico, che recupera un’emotività spesso mancante nell’Optical Art di stampo anglosassone.

PAOLO AITA
(Lia Drei, Segno, n. 205, Pescara, 2005)
 

“…In realtà, Lia Drei ha saputo elaborare una tecnica poetica per penetrare in profondità e dare immagine alle correnti dinamiche e all’armonia strutturale dei fenomeni vitali. Lo si vede bene fin dalle opere realizzate a cavallo tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta: l’onda emotiva tende ad organizzarsi in un ordine superiore che può essere individuato da chi sa vedere bene, in profondità, al di là delle apparenze, come appunto la stessa Drei. Per lei- e in ciò sono fondamentali le sperimentazioni gestaltiche- ogni opera d’arte deve manifestarsi interamente nella percezione visiva ma deve comunicare un palpito vitale senza mai ridursi ad un prodotto commerciale e seriale o magari ad un oggetto di design.
Per Lia Drei la pittura è un atto poetico ed intuitivo di conoscenza del mondo fondato sulla visione e sull’emozione purificata.
(…) Ed è straordinario infine che una simile, vulcanica e caldissima passione per la vita in tutti i suoi aspetti si sia costantemente misurata con le ragioni composte ed equilibrate della forma nel nome di una dignità superiore, sempre però suscitando nell’osservatore una continua meraviglia e un’inesausta scoperta, come se fosse tornato bambino di fronte ad un mondo che non la smette di sorprenderlo. Proprio in Iperipotenusa c’è questa inesauribilità di esiti creativi che mettono in relazione l’uno col tutto, la visione particolare con quella generale, in una condizione di irrefrenabile mutamento che non è mai arbitraria ma sempre rispondente ad una sua logica poetica, aperta al cambiamento e al dialogo, in senso positivo e ottimistico.”

GABRIELE SIMONGINI
(Lia Drei anni Sessanta,  Museo Civico di Taverna, Ed. I quaderni del Museo, 2007)

 
“…Lia Drei e Francesco Guerrieri decidono all’unisono secondo una linea più artistica, relazionata alle teorie gestaltiche ma libera da rigide regole matematiche: una psicologia della “forma creativa”, che si traduce nelle cristalline composizioni della Drei, in cui l’apparenza modulare nasconde una rara capacità del colore di abbagliare l’osservatore per coinvolgerlo a tuttotondo…
(…) Il linguaggio chiaro e immediato dello Sperimentale Puro non verrà mai abbandonato nelle scelte estetiche di Lia Drei e di Francesco Guerrieri, il quale continua tuttora a proseguire un dialogo con la consorte nei suoi “Interni d’artista” degli anni 2000, visioni prospettiche in cui tra le numerose strutture , affiorano scritture leggibili in diretta corrispondenza con “Iperipotenusa” (1969), il libro di colori di Lia, le cui finestre di tela divengono “le  cornici” più corpose e costruttive in cui si amplificano i giochi d’ombra e lo sguardo può entrare dentro l’opera d’arte che diviene quasi struttura architettonica. Non a caso è possibile terminare il confronto armonico Guerrieri/Drei con le loro stesse parole usate per esprimere il concetto di Pittura  che per la Drei è fatta di “colori che aiutano a capire il mondo” e per Guerrieri è uno strumento “per cambiare il mondo”.

CHIARA CECCUCCI
(Lia Drei Francesco Guerrieri - Palazzo Chigi, Viterbo,  Segno, n. 216, Pescara, 2007)
 

“…Seppure in linea con le regole delle percezione visiva, le sue opere non si riducono mai ad un prodotto seriale o commerciale: tensioni ed equilibri si rivelano ad una lettura attenta e approfondita, agli occhi di chi sceglie di spingersi oltre la superficie delle cose.  La Natura diventa un’ineusaribile fonte di ispirazione da cui attingere forme e colori che stanno alla base di qualsivoglia tipologia di comunicazione e di conoscenza.Locandina mostra personale Lia Drei, Galleria Valmore Studio d’Arte, Vicenza, 2008
Di fronte alla Drei, l’uomo ritorna ad essere bambino, guarda il mondo con occhi diversi, ingenui, riscoprendo la purezza e sentendosi appagato dalle piccole cose. “Pensieri semplici che non fanno paura”, dice l’artista ma non così facili da esprimere perché spesso l’innocenza viene scambiata con la semplicità.
Nei suoi quadrati e nei suoi cerchi si manifesta una tensione all’infinito che si carica di intensità nel modulo del triangolo, la forma più cara all’artista. Con gli anni il triangolo assume un senso e un significato diverso, dapprima richiamo ad una prima forma di scrittura, poi, sul finire della sua vita, simbolo della creazione, dove l’ipotenusa è l’amore che unisce l’uomo alla donna.”

MARIA MARINELLI
(Lia Drei, Segno, n. 222, Pescara, 2008)

 
“…L’elaborazione creativa di Lia Drei muove dall’esperienza concreta della realtà; l’accensione dei suoi cromatismi s’origina direttamente dal verde dell’erba, egli alberi, dagli azzurri dei cieli infiniti, dalle molteplici variazioni tonali e luminose del reale, dalla sua attenta, metodica e, per certi versi, passionale osservazione. L’occhio è l’appendice sensibile che esplora, si sofferma sulla varietà di forme che si offrono allo sguardo, ne coglie i più minuti dettagli, ne percorre visivamente le superfici, ne scopre le nascoste partiture figurali. Nella successione di forme naturali che si propongono alla vista, erompe e dilaga l’ebbrezza conoscitiva del pensiero, il suo desiderio di appropriazione e riformulazione creativa.
(…) Forme e colori nei suoi lavori si articolano in strutture visive sempre diverse: basta un minimo scarto tonale, una lieve modifica delle linee definitorie a variare la struttura; a produrre dinamismi percettivi, modulazioni ritmiche e cromatiche che attraggono lo sguardo profondo del fruitore coinvolgendolo nella dimensione spaziotemporale dell’opera. Sono opere fondamentali che testimoniano della qualità e dello spessore del suo cammino artistico oltre che della sua grande sensibilità, in grado di coniugare il concetto con l’immaginazione, la razionalità con l’emozione.
(…) Lia parlava con semplicità e immediatezza comunicativa delle sue opere, di come erano nate, dell’idea o del progetto che le aveva generate, descrivendone, in modo chiaro ed efficace, la genesi formale. Le opere di questa mostra  retribuiscono intatti questi preziosi valori di semplicità e profondità analitica; il suo appassionato impegno conoscitivo della realtà, ma anche la dimensione umana, la spiritualità, la sostanzialità di valori morali di un’avventura artistica, di un cammino di ricerca che è compendio di esperienze formali riconducibili ad un principio di stile, nell’arte come nella vita.

TEODOLINDA COLTELLARO
(Lia Drei e la ricerca artistica degli anni sessanta, Mezzogiornocritico.wordpress.com, 24/09/2009)
 

“…Modulo Spaziocromatico (1963) è, come suggerisce lo stesso titolo, un  modulo compositivo in cui due elementi curvilinei si affrontano su di un piano. L’accostamento di uno o più moduli crea composizioni più complesse e articolate. Le opere pittoriche di questo periodo presentano successioni seriali di forme geometriche, prescelte come moduli operativi in variazioni progressive di dimensioni e di colore, in modo da ottenere l’effetto ottico di strutture in movimento.
(…) Dietro la luce fa parte di un gruppo di quattordici opere, esposte nel 1973 presso la Galleria SM13, con le quali l’artista presenta al pubblico romano gli ultimi esiti della sua ricerca. Un nuovo fondamentale elemento si aggiunge alle già approfondite riflessioni della Drei sulla forma e il colore: in questo corpus di tele la luce costruisce dinamicamente forme e oggetti, manifesta la perenne trasformabilità della materia pittorica, rivela lo spazio attraverso lo sfaccettarsi e moltiplicarsi dei minuti elementi che compongono l’immagine.

LINDA SORRENTI
(Lia Drei, in Galleria Nazionale d’Arte Moderna e& Maxxi, le collezioni 1958 – 2008, 1° vol., Ed. Electa, Milano, 2009)

 

(…) L’evento Percorsi riscoperti dell’arte italiana è ideale prosecuzione della mostra del 2005, Un secolo di Arte Italiana. Lo sguardo del collezionista, che aveva presentato un primo nucleo di opere in deposito al Mart dal 2001 e in seguito espose regolarmente nella collezione permanente del Museo. Una selezione molto articolata e originale di opere provenienti dalla VAF-Stiftung è al centro di questo secondo capitolo espositivo che si divide in due parti distinte. La prima ha come tema predominante la riscoperta di quegli artisti che dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta sono stati protagonisti di un ricco percorso creativo, ma che sono stati in parte dimenticati dalla critica militante, ponendo attenzione innanzitutto ai molti gruppi formatisi in quegli anni. Si tratta di esperienze come quella del gruppo nucleare, di Tempo Tre e del binomio Sperimentale P.
Paticolarmente importante è la sezione che documenta tendenze artistiche come il razionalismo concreto, il costruttivismo e l’informale. La ricchezza e la completezza di questo nucleo della mostra testimoniano come molti siano gli artisti italiani che hanno proseguito lungo la via dell’astrazione affermatasi in Italia durante gli anni Trenta e, per converso, come altrettanto nutrito sia il gruppo di artisti che reagirono al rigore dell’astrazione per seguire un’espressività comunque non figurativa ma legata all’energia e alla libertà del gesto, in pieno clima informale. Sono della fine degli anni Sessanta molte opere di artisti impegnati in una critica ironica o feroce della società, che chiudono la prima parte della mostra. (…)

 

GABRIELLA BELLI

 (Il MART e la VAF-Stiftung. Rinnovate affinità elettive, in Percorsi riscoperti dell'arte italiana, VAF Stiftung 1947-2010, Silvana Editoriale, giugno 2011)