A Lia DREI.
A Francesco GUERRIERI.
Maestri e Artisti, anche nel tessere la loro eterna storia di amore.
Alessia e Michela

(…) Non potevo che essere il MAESTRO che avrebbe dovuto dare il LA e con la nota della creazione, più volte insistita e mantenuta viva per almeno sette giorni e sette notti, avrei potuto creare il Mondo Migliore, un nuovo Paradiso.
(…) Un’altra voce sopraggiunse: No! Ero certa che mi avresti chiesto altro: cosa c’è di bello nel nero vellutato? E nel rosso infuocato? E nei grigi? E nei gialli...
Guarda le luci;- dico io- lì ci sono tutti i colori e lo sfondo è il nero che li assorbe...
E in te si avvia lo stesso brivido che mi pervade. Non ci sarà altro respiro senza essere all’unisono.
Sempre indissolubilmente uniti, ognuno accanto all’altro; ognuno accanto a sé stesso; ognuno dentro l’altro.
Che bella Creatura è finalmente nata!

 

ALESSIA E MICHELA ORLANDO

(Le ombre prendono corpo, (romanzo ispirato alla vita dei pittori Lia Drei e Francesco Guerrieri), www.webtvborgia.it/lanotaombreprendonocorpo.htm, 25/06/2011, e in www.promemorianews.org, 03/07/2011)

 

Ci si potrebbe chiedere infinite volte e in momenti diversi: Qual è davvero la differenza tra lo sguardo dell’”Artista” e quello del “non Artista”?
(…) Gli Artisti vedono attraverso i muri, superando il valore comunemente attribuito alle vicende umane per trasportare verso mete “altre”. Sanno farlo anche meditando da angoli prospettici diversi sulle nostre faccende.

Ritornando a Lia DREI e all’incendio del suo bosco in Romagna, ella condensò le sensazioni usando lo strumento della parola. Non sappiamo, non in questo momento, se per quell’evento produsse anche immagini, ma ciò che la segnò è qui: (segue poesia di Lia Drei, Il mio bosco, 2001)
(…) Il tempo, dunque, anche quale contenitore di eventi che possono determinare fatti d’Arte. Da questo punto di vista non c’è un sopra e un sotto, un ieri e un domani. C’è quello che gli Artisti producono come tassello di un sempre presente, per l’eternità.
È per questo che amiamo leggere una poesia di Francesco GUERRIERI sganciata dal momento in cui la produsse (era il 1956). Non conta se la scrisse prima dell’incendio del bosco di Lia DREI che egli stesso amava.
Conta, per noi, giacché ci pare evidente un legame con quel che accadde e con la poesia di Lia DREI. Immaginiamo che lei ebbe sconcerto e si sentì sola nel suo dramma. Non accade lo stesso a tutti noi ogni qualvolta i ladri entrano in casa e rovistano tra le proprie cose, anche se non asportano nulla? Non ci si sente soli e violati nel profondo?
Ecco ciò che ci dice Francesco Guerrieri: (segue poesia di Francesco Guerrieri, Il cielo è nebbia grigia, 1956)

 

ALESSIA E MICHELA ORLANDO

(Gesti d’arte: Drei e Guerrieri al Mart, Lo sguardo dell’artista: vedere attraverso i muri, www.napolimisteriosa.com, 26/06/2011)

 

Ci sono persone che con il modo di essere, con le loro Opere, ci raccontano il mondo, ci dicono di noi, ci fanno vedere l’uno e gli altri con la medesima potenza di uno squarcio di luce nel cielo cupo. Gli basta poco: descrivere con le parole un gesto quotidiano, accostare due colori, lasciare che fuggano dalla tela e vadano a vivere la propria vita nelle dimensioni che altri non avevano saputo cogliere, di cui non ci rendevamo conto. “Consapevolezza”, questa è forse la parola che si dovrebbe usare, e, accostandola a “percezione” si potrebbe già dire molto rispetto all’opera di quegli artisti.
Queste righe, appare evidente da ciò che segue, sono il ritratto umano e artistico di Lia DREI e Francesco GUERRIERI. (Seguono le poesie il Narciso (2001) di Lia Drei e La Vita (2004) di Francesco Guerrieri - versioni in italiano e in spagnolo)

 

ALESSIA E MICHELA ORLANDO

(La libertà violata - Le opere, pittura e parola, dei maestri Lia Drei e Francesco Guerrieri, www.napolimisteriosa.it, 27/07/2011)

 

Come conciliare le ragioni profonde e strutturali della forma con quelle, fluidamente enigmatiche, della vita? Ecco, Francesco Guerrieri è riuscito sempre a far dialogare fecondamente questi due ambiti apparentemente così lontani anche nei periodi di ricerca più rigorosi e progettati, non di rado alquanto vincolati da leggi e teorie che lasciavano sotto certi aspetti pochi margini all’estro e alla libera invenzione: basta pensare al contesto delle ricerche gestaltiche, programmate e strutturaliste che hanno avuto due loro momenti fondamentali prima nel Gruppo 63 (L. Di Luciano, L. Drei, F. Guerrieri, G. Pizzo) e poi nello Sperimentale P., costituito da Guerrieri con la sua compagna di vita e d’arte, l’indimenticabile Lia Drei. Pensando al loro rapporto totale vengono in mente le parole che Rainer Maria Rilke ha dedicato alla forma più alta d’amore: “amare è un’augusta occasione per il singolo di maturare, di diventare in sé qualche cosa, diventare mondo, un mondo per sé in grazia d’un altro,…”.
Così non si può comprendere pienamente e profondamente la ricerca di Guerrieri senza pensare a quella della Drei (alla quale, tra l’altro, si deve probabilmente l’impulso primario per il forte interesse di entrambi verso la multiforme bellezza della natura) e viceversa fino ad immaginare un solo universo creativo ed umano in cui le
differenti personalità di Lia e Francesco hanno portato in termini qualitativi ad una “somma” che supera le singole “parti”.

 

                                                                                                                                                                                                               ALESSIA E MICHELA ORLANDO

                                                                                                                                             (L’infinito finito come sogno di libertà, www.liberolibro.it, 01/10/2011)

 

"L'infinito finito" è il titolo della mostra che Francesco Guerrieri ha allestito ad ottobre scorso nella Galleria Ricerca d'Arte in via Monserrato con catalogo a cura di Gabriele Simongini, catalogo che si apre con un brano del 3 gennaio 2004 tratto dai Diari di Lia Drei (Roma 1922 - 2005), la sua compagna di una vita: "C'è sempre una novità che apre una strada nuova per domani. Framcesco è molto esigente e onesto con se stesso e con il suo lavoro (...) che deve essere osservato, guardato e vissuto lentamente, così dagli occhi ti entra nel cuore e poi nell'anima."

Una dichiarazione d'amore contraccambiata, Francesco scrive: 

(...) "Ero presente
come è presente il volo
del gabbiano nel Tevere.

Ero assente
com’è assente la voce
persa di mia madre.

Ero ardente
come l’amore
per la mia compagna."

Amore e poesia di una vita dedicata all'arte

(...) "libera
di navigare
nel mare delle forme e dei colori,
tra serene bonacce
di amori felici
e oscure tempeste di amori
sofferti e perduti"

(...) "senza disperare mai
di approdare un giorno
alle spiaggie luminose
dell’apparizione felice."

Chi era Lia Drei (di Francesco Guerrieri)

Lia aveva gli occhi neri
che ti penetravano l'anima
e ti scaldavano il cuore.
       Lia era il fuoco ribollente
       del vulcano
       pronto ad esplodere,
era la distesa placida
del mare azzurro
sotto il sole di agosto.
      Lia era il vento tempestoso
      tra le gole delle montagne,
era la brezza dolce
del ponentino sul lungotevere.
Era l'amore.                                                                                                                                                                                                   

 

            FRANCESCA DI CASTRO

                                                                             (Francesco Guerrieri tra arte e poesia, Voce romana, n. 13, Pagine editore, gen. - feb. 2012, Roma)

 

(...) A Roma, in quegli anni, fu attivo anche il Gruppo 63, formato da Lia Drei, Lucia Di Luciano, Giovanni Pizzo e Francesco Guerrieri, che si diede un'impronta particolarmente razionalistico geometrizzante: la ricerca secondo il programma di lavoro del gruppo doveva svolgersi separatamente, ma confluire in un medesimo solco, tutto indirizzato verso esplorazioni e conclusioni dio ordine logico-matematico, verso la definizione di moduli geometrici, che permettessero all'operare artistico di coniugarsi conl'architettura e il disegno industriale. Una differente visione del controllo sperimentale e del rapporto con la percezione portarono alla rottura fra Lia Drei e Francesco Guerrier da una parte che fondarono lo Sperimentale p. e, Pizzo e Lucia Di Luciano dall'altra, che si unirono nel Gruppo Operativo r, con una visione più teorica e integralista dell'operazione artistica, che deve interamente sottomettersi a regole e premesse geometrico-matematiche.

(...) A roma, il Gruppo 63 e il Gruppo Uno rappresentano le scelte anche di Palma Bucarelli, che dirige la Galleria Nazionale d'Arte Moderna e si allinea criticamente con Argan.

(...) Infatti, non tutta l'arte profgrammata che utilizzerà la superficie del quadro e i materiali più tradizionalei della pittura potrà essere definita optical. Al contrario molte delle ricerche di programma condotte sulla superficie di una tela o di altro  supporto bidimensionale restano le più ortodosse interpretazioni delle teorie gestaltiche della percezione visiva e ristabiliscono la centralità del "quadro" nella friuzione estetica, con un rigore operativo che esclude ogni altro tipo di intervento che non sia quello pittorico. Tali sono le ricerche condotte per esempio dai componenti del Gruppo 63, che significativamente si dissocia in Sperimentale p. e Operativo r e così si presenta già al Convegno di Verucchio. In quest'ultima accezione è l'operazione metalinguistica logico-matematica a costituire il fondamento del rigoroso programma.

 

                                                                                                                                                MARIASTELLA MARGOZZI

(Arte programmata, arte cinetica. Categorie e declinazioni attraverso le poetiche, in Arte programmata e cinetica da Munari a Biasi a Colombo e..., a cura di Giovanni Granzotto e Mariastella Margozzi, Il Cigno Edizioni, Roma, 2012)

 

 (...) Ed è ammirevole in questo contesto la posizione rigorosamente fedele alla pittura, pur restando costantemente aperta alla sperimentazione percettiva,tipica di artisti attivi a Roma come Lia Drei e Francesco Guerrieri, con i loro ritmi infinitamente musicale ed  armoniosi. (...)

 

GABRIELE SIMONGINI

(Da Munari a Biasi e Colombo tra visioni e industria, Il Tempo, Roma, 25 marzo 2012)

 

 (...) La mostra curata da Giovanni Granzotto e Mariastella Margozzi propone opere di grandi dimensioni e di grande effetto visivo dalle imponenti tele di Victor Vasarely giocate sulla classica materia pittorica sino alle interpretazioni più estreme della luce/colore nelle irradiazioni dell’arcobaleno di Alberto Biasi in cui la tela si combina a prismi di cristallo su cui riflettono raggi di luce vera emessi dagli elettromotori.
Il cinetismo è un’espressione artistica che non è solo matura interpretazione del futurimo, naturalemnte imprescindibile modello per gli artisti italiani, ma specchio di quel preciso momento storico dei fervidi anni 60 in cui tutto era recupero e rifiorire con entusiamo, caparbietà, chiarezza.
Imprescindibili sembrano essere ora la necessità del programma/guida, sintesi poetica degli intimi percorsi delle forme artistiche, le introspezioni sulla funzione sociale dell’arte, sul suo ruolo nella quotidinità di ogni persona e sul suo linguaggio visivo sintetico, le teorie vissute nella maggior parte dei casi nella protezione del ‘gruppo’ ma in cui non manca la forza delle singole voci. Si seguono le linee guida di illustri ‘filosofi critici e scrittori del calibro di Umberto Eco, Frank Popper, Giulio Carlo Argan, Umbro Apollonio’.

(...) Sono presenti le composizioni del Gruppo  MID e il Gruppo 63 (Operativo R e Binomio Sperimentale p.). Nelle interpretazioni più mature del Binomio Sperimentale p. (Lia Drei e Francesco Guerrieri) da un’attenta analisi critica ed un lucido programma di strutturazione modulare con i mezzi propriamente pittorici  si realizzano variazioni ritmiche di forme e colori in cui ha ancora un ruolo l’intersoggettività tra artista e osservatore nella continuità del mondo visivo.

(...) L’evento inaugurale ha ottenuto una rara fervente atmosfera grazie alla presenza non soltanto degli addetti del settore, di galleristi, artisti che hanno voluto confrontarsi con questa realtà non troppo lontana, ma anche di collezionisti, ed esperti appassionati. E’ stato un vero incontro del sistema dell’arte della contemporaneità che ha saputo accompagnare la presenza anche di alcuni tra quegli artisti che hanno costruito questa arte e vissuto quegli anni e che con attonita gioia salivano ora le imponenti scale della Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea.


CHIARA CECCUCCI

(GNAM, Arte programmata e cinetica : da Munari a Biasi a Colombo e…, Arte Contemporanea, n. 31, Olevano Romano, Aprile - Maggio 2012)

 

(...) Nel 1963 nasce a Roma il Gruppo 63 di Lia Drei, Lucia Di Luciano, Francesco Guerrieri e Giovanni Pizzo, incentrato sullo studio della percezione ottica e retinica e della Gestalt, verso un definitivo superamento dell'Informale. Ciò che caratterizza le opere dei quattro artisti, anche dopo la scissione del gruppo e la nascita del binomio Sperimentale P. (p = puro) di Drei e Guerrieri e dell'Operativo “R” di Pizzo e Di Luciano, è la componente artigianale della pittura sul supporto della tela, dando vita, come scrive Mariastella Margozzi nel catalogo della mostra, a “le più ortodosse interpretazioni delle teorie gestaltiche della percezione visiva” e ristabilendo “la centralità del quadro nella fruizione estetica, con un rigore operativo che esclude ogni altro tipo di intervento che non sia quello pittorico.” (...)

 

CINZIA FOLCARELLI
 (Arte programmata e cinetica, Segno, n. 241, Pescara, estate 2012)
 

 

Nel 1955 mi ero appena laureato in giurisprudenza (secondo il volere della mia famiglia) quando cominciai a dipingere seriamente (fino allora avevo prevalentemente disegnato e colorato fumetti) e a frequentare le gallerie e le prime Fiere di via Margutta.
Prima di allora pensavo che la mia vocazione fosse per la letteratura e per la poesia in particolare.
A quattordici anni già componevo  perfetti sonetti e poemetti in endecasillabi. Non avevo certo
previsto di divenire un poeta pittore. Ma a metà degli anni Cinquanta la passione per la pittura divenne per me irresistibile. Nel 1957 fui ammesso all’ “Accademia del Nudo” dell’Associazione Artistica  Internazionale in via Margutta 54. Là conobbi Lia Drei, la bella figlia del famoso scultore e pittore Ercole Drei. Nel marzo 1958 ci innamorammo e il 21 luglio dello stesso anno ci sposammo in Santa Maria del Popolo.
Devo dire, quindi, che via Margutta ebbe un’importanza determinante sulla mia decisione di dedicarmi  alla Pittura ma anche sulla mia scelta di vita sentimentale e artistica condivisa con Lia Drei per sempre.
E’ interessante ora ricordare, a proposito di un certo spirito marguttiano, che in quei pochi anni precedenti la chiusura della sede dell’Associazione Artistica Internazionale in via Margutta 54 (che noi tutti chiamavamo  “Circolo Artistico”) il gruppo di giovani artisti, di cui io e Lia facevamo parte , continuava, senza che ne fossimo consapevoli, perché purtroppo, allora, nessuno ce ne aveva mai palato, un comportamento simile ai “XXV della Campagna Romana”. Con le nostre FIAT 600 partivamo la domenica mattina per dipingere nelle campagne nei dintorni di Roma. Una delle mete preferite era la via Tiberina dopo Rignano (ancora non esisteva l’Autostrada del Sole) dove, dalle alture circostanti, potevamo disegnare o dipingere i paesaggi della Valle Tiberina. Poi, a fine giornata, ci riunivamo un un’osteria del posto a guardare e a confrontare i disegni e i dipinti che avevamo eseguito, con accese discussioni su colore, forma e spazio,ma sempre nel rispetto della libertà creativa di ciascuno di noi. L’allegra compagnia era consacrata naturalmente da una fojetta e da un ricco panino al prosciutto o alla porchetta. Nei giorni feriali gli stessi rituali erano da noi compiuti, dopo aver disegnato all’Accademia del Nudo, all’osteria da Zarù in piazza Navona, tanto che eravamo conosciuti come il “Gruppo da Zarù”.
Questo spirito, che definirei “marguttiano”, di confidenziale reciproca  accettazione con rispetto di ogni libertà creativa artisticamente perseguita, sono sicuro che molti di noi lo hanno conservato e coltivato per tutta la vita, anche se spesso non è stato e non è ben accetto dal conformistico vigente sistema “arte-critica-mercato” oggi sempre più inquinato anche dalle interferenze clientelari delle istituzioni pubbliche.
Ritornando agli spiriti liberi del “Circolo Artistico ” di via Margutta ricordo con quanta nostalgia mio suocero, il grande scultore e pittore Ercole Drei, mi raccontava delle riunioni e delle feste che gli artisti vi realizzavano. Era uno dei suoi argomenti preferiti nelle nostre conversazioni  sia quando vivevamo a Villa Strohl-Fern ( dove dopo il matrimonio io e Lia eravamo andati ad abitare in una stanza sopra lo studio di scultura), sia nelle nostre passeggiate serali a Via Margutta o quando si recava allo Studio Tadolini al Babuino.
     Dopo la chiusura del “Circolo Artistico” nel 1960 il nostro gruppo di amici artisti finì per disperdersi. Nello stesso anno cessai di frequentare l’Accademia di Francia a Villa Medici (dove ero
stato ammesso ai “Cours de dessin”, superando il relativo esame nel 1958).
Gli impegni espositivi crescenti sia a Roma (nel 1959 esponevo già all’VIII Quadriennale) sia fuori Roma mi impedirono per una diecina di anni di continuare a frequentare via Margutta, come avrei voluto, finchè la galleria Studio SM 13 in via Margutta 13 di Valentina Orsini offrì una mostra personale a Lia Drei nel 1972 e a me stesso nel 1973. Queste mostre e le successive collettive ebbero un notevole successo, ma la galleria dopo pochi anni dovette chiudere per motivi di salute.
  In seguito (tralasciando ovviamente tutte le mie vicende biografiche degli anni ’80-’90 in gran parte fuori Roma) solo nel 2000 io e Lia avemmo l’occasione di ritornare ad esporre in via Margutta allorchè la galleria Monogramma di Giovanni Morabito in via Margutta 57 ci offrì di riproporre le nostre opere, ormai storiche, degli anni ‘60  in due mostre personali. Devo dire che fu un ritorno trionfale. Successivamente, nel 2003, nella stessa galleria  presentai  una mia mostra personale intitolata “Interno d’Artista” e nel 2007 “Sperimentale p., Lia Drei e Francesco Guerrieri, opere 1963-1968”.
Ho cercato qui sommariamente di parlare del mio rapporto di artista con via Margutta, ma è davvero difficile esporre tutto quello che ha rappresentato e rappresenta tuttora per me questa “strada unica al mondo”.
Grazie di cuore a Francesca Di Castro per avercene ravvivato i ricordi  “con la sensazione di una continuità che non può avere fine”.     


                                                                                                          

 FRANCESCO GUERRIERI
(18 giugno 2012)
(Via Margutta nella mia vita d'artista, Voce Romana, n. 17, settembre - ottobre 2012)


                         

 

Francesco Guerrieri / Lia Drei  “Sperimentale p.”
Opere anni ’60, VICO GALLERY, Verbania,  9 marzo-13 aprile 2013
GABRIELE SIMONGINI  intervista FRANCESCO GUERRIERI

Lia Drei e Francesco Guerrieri:  un sodalizio nella vita e nell’arte che ha trovato nel binomio Sperimentale p.  una delle sue mete più emblematiche e tuttora attuali, a cinquant’anni dalla sua concretizzazione. In occasione della mostra Sperimentale p.,Lia Drei e Francesco Guerrieri, opere anni ’60, abbiamo rivolto alcune domande a Francesco Guerrieri.

G.S.: Lo Sperimentale p. è nato dalla scissione dal Gruppo 63. Come mai e sotto quale impulso tu e Lia avevate dato vita a questo nuovo sodalizio?
F.G.:   Il Gruppo 63 era nato, come altri gruppi di quei primi anni ’60 in Italia e in Europa, dall’esigenza di superare l’informale ormai divenuto per molti artisti ripetizione accademica e solipsistica. Occorreva recuperare l’intersoggettività del linguaggio artistico e orientare la ricerca in  relazione  alle nuove istanze costruttive della società di quegli anni.                  
Il gruppo- binomio Sperimentale p. nacque ufficialmente nel settembre 1963 con dichiarazione di poetica presentata al XII Convegno Internazionale Artisti, Critici e Studiosi d’Arte di Verucchio per divergenze metodologiche con gli altri componenti dello scisso Gruppo 63.                           
Per me e Lia la ricerca doveva essere sperimentalmente aperta e non soggetta a preclusioni dogmatiche determinate da una programmazione rigorosamente matematica, indifferente al valore artistico dell’opera realizzata.
G.S.: Il nome di Sperimentale p. sicuramente nasceva da intenti ed obiettivi ben precisi. Perché  lo avete scelto?
F.G.: La denominazione Sperimentale p.(p.= puro) fu adottata in riferimento al metodo sperimentale  puro di continua ricerca e scoperta contrapposto al metodo operativo che elaborava forme aprioristicamente e definitivamente progettate.                                                                                 
Per lo Sperimentale p. il progetto era sempre modificabile fino al raggiungimento finale di un’opera artisticamente valida.
G.S.: Il fatto di essere anche un sodalizio sentimentale, oltre che artistico, quali aspetti positivi ed eventualmente negativi ha portato nel vostro lavoro di quegli anni?
F.G.: Nessun aspetto negativo. Solo la positività della collaborazione nella ricerca e la condivisione    ideologica e metodologica sempre nel massimo, reciproco rispetto.
G.S.: Nel contesto complessivo dell'Arte Programmata e a paragone degli altri gruppi quale era la vostra linea specifica di ricerca?
F.G.:Fondamentale fu la ricerca sulla percezione. Ma non come pura ricerca di effetti ottici.            Come ebbe a scriverci Giulio Carlo Argan, noi cercavamo “la struttura della percezione proiettandola su quella che pensiamo essere la struttura della coscienza”.                   
Altra nostra specificità fu la consapevolezza di operare nel linguaggio storico della Pittura.    
In questo senso  va ricordato che io e Lia rimanemmo sempre  fedeli all’uso del pennello e  dei colori senza l’ausilio di mezzi meccanici o tecnologici.
G:S: Quale doveva essere secondo voi il rapporto fra arte e scienza di cui tanto si parlava in quegli anni?
F.G.: Ci siamo giovati di un metodo scientifico come è quello sperimentale, ma tenendo sempre ben presente che operavamo nel campo del linguaggio dell’Arte e specificamente in quello della Pittura. 
Qui , per riprendere un pensiero di Merleau-Ponty, ”la percezione di una distanza o di una grandezza non può essere confusa con le stime quantitative mediante le quali la scienza precisa distanze e grandezze.                            
Tutte le scienze si inseriscono in un mondo completo e reale senza avvedersi che l’esperienza percettiva è costitutiva rispetto a questo mondo”.
G.S.: All'interno del Gruppo ciascuno di voi due ha conservato la propria libertà. Quali erano invece i punti di lavoro comune che vi eravate imposti? E c'erano fra di voi differenze di idee sul programma da attuare?
F.G.: In comune avevamo la metodologia, nel senso che una volta scelto un modulo (forma visiva elementare) si poteva comporre una successione continuamente variata nella struttura e nel colore per realizzare una propria visione artistica in rapporto al mondo in cui viviamo.        
Tutto ciò ha consentito a entrambi di concretizzare e di sviluppare una propria specifica identità  anche programmatica.
G.S.:Quale è secondo te la definizione più precisa di Arte Programmata? E di Arte Cinetica?
F.G.:Per Arte Programmata si deve intendere quella in cui l’opera nasce da un progetto esattamente  calcolato e  viene realizzata con l’uso metodologicamente rigoroso dei moduli visuali per ottenere un risultato di comunicazione visiva intersoggettiva.                                                         
Nell’Arte Cinetica la programmazione tende a rappresentare un  movimento virtuale attraverso un  effetto puramente ottico  oppure un movimento reale delle strutture visive con l’ausilio di mezzi meccanici, elettrici o elettronici.                                                                                                                                                                                                       
G.S.: Quale è stata l'eredità più duratura ed attuale dello Sperimentale p. tanto da essere valida ancora oggi?
F.G.: Ho constatato in  questi ultimi anni quanto le opere dello Sperimentale p. siano accolte come una novità  attuale dalle ultime generazioni, stupite nell’apprendere che siano state eseguite circa mezzo secolo fa.    
Probabilmente queste opere, più che altre forme d’arte nel mondo di oggi, comunicano con immediatezza visiva emozioni, sentimenti e pensieri attuali e nel contempo anche trascendentali.

GABRIELE  SIMONGINI

(Francesco Guerrieri / Lia Drei "Sperimentale p.", Segno, n. 55, Pescara, marzo/maggio 2013)