“...Un ulteriore ordine di allargamento del mondo delle esperienze visuali è dato dall’attività di quegli artisti che nell’opera ricercano la comprensione dell’intensità di esperienza estetica e del valore espressivo delle strutture primarie quali colore, forma, linea, spazio e luce. Le strutture primarie, elementi di un vocabolario ancora da costituirsi, non sono ancora state precisate (per questo motivo le ricerche muovono dai risultati della psicologia della forma), non esistono significati esatti e probanti, l’artista si trova ancora impegnato nel compito di analizzarle e di inventarle, per trovare una struttura appropriata al sistema che sta creando deve infatti inventarla. Catalogo Museo sperimentale d’arte contemporanea, Galleria Civica d’arte moderna, Torino, 1967 Nella misura in cui vi riesce, nella dimensione in cui l’opera corrisponde in generale alla natura delle sue intenzioni espressive e comunicative, l’artista può affermare di aver reperito dei termini visivi in cui la struttura primaria è il contenuto e il contenuto è la struttura primaria. L’opera occupa così uno spazio come elemento in un nuovo sistema “aperto”, che ogni volta, posto a contatto con un diverso spettatore si risolve in una nuova esperienza estetica...
...lo Sperimentale p. (Drei, Guerrieri) opera in relazione ad un metodo che miri a “reperire o costituire degli elementi di linguaggio validi intersoggettivamente”, in questo senso la ricerca di gruppo si indirizza a sperimentare ed analizzare forme elementari...”

GERMANO CELANT
(Strutture primarie in Museo Sperimentale d’arte contemporanea, Torino, aprile 1967)
 
Lia Drei

“… Ci sono, talvolta, nelle opere della Drei, alcune incidenze cromatiche più evidenti per accentuata ricerca di esteticità o, al contrario, per intenzionale, maggiore intensità percettiva: colori, appunto, che sembrano costituirsi come una divagazione, una libertà di variazione sulla certezza di un rapporto formale centrato. Ma sono, questi, brevi lampi che poi si ricompongo nella stesura severa ed esigente, e finiscono quasi con il costituire una presa di possesso più sicura del tema esperito.Catalogo mostra personale di Lia Drei, Centro di Cultura Democratica, Cagliari, 1968
(…) L’incastro delle forme geometriche del fondo con i dischi scattanti nei colori fluorescenti era così compiuto, eppure mai statico, ricaricandosi, ad ogni prova, delle multiple disponibilità assegnate a quella basilare grammatica. Da quella vicenda, fondamentale nel suo percorso, la Drei ha poi estratto la forma del triangolo (…)
I triangoli sono diventati come lame appuntite, raggi di rigore geometrico, trafiggenti una convergenza che non stabilisce più, soltanto un rapporto percettivo spaziale tra l’opera e il fruitore ma si appunta all’interno del quadro, con un processo di arretramento del punto di vista, per il quale si giunge a tentare, nell’arco del lavoro della Drei, fino ad oggi, l’intero percorso delle vicende spaziali: dall’estrazione di esse, appunto, alla focalizzazione del punto di vista, capillarmente condotta.”

SANDRA ORIENTI
( dal catalogo Lia Drei, Centro di Cultura Democratica, Cagliari, 1968)
 

“… Lia Drei muove dalla ricerca di una costante omogeneità fra i simboli impiegati e le relazioni poste in essere, i simboli hanno forma geometrica e le relazioni promanano dall’accostamento di due colori diversi all’accostamento di più colori e soprattutto di più colori e più forme, man mano però l’operazione mostra che si possono verificare condizioni  di omogeneità anche complicando i rapporti, anzi lo scopo della ricerca diventa la instaurazione di un condizione di tensione e di equilibrio mediante un procedimento articolato. D’altro canto tensione è ben presente nell’impiego del colore che tende a dilatarsi contrastando con le forme che lo delimitano, mentre altresi le forme sono di continuo forzate e falsate dal colore.
Nell’operazione Drei è sostenuta da un assai felice senso dei rapporti fra colore, da una capacità intuitiva robusta e concreta… ”

CLAUDIO POPOVICH
(da Appunti per Drei, Glattfelder, Guerrieri, catalogo Galerija Doma Omladine, Beograd, 1967)

Inaugurazione Strutture Visive

















Achille Pace, Lia Drei, Francesco Guerrieri, Claudio Popovich all’inaugurazione della mostra Strutture visive, Galleria Aquilone, Firenze, aprile 1965.
 

IPERIPOTENUSA

“… Iperipotenusa è pittura scritta a forma di libro.
Ho pensato di mantenere la struttura storica del libro con una “scrittura” geometrica che ci riporta a migliaia di secoli fa, quando le parole non erano ancora chiaramente espresse, ma erano soltanto indicazioni di pensieri, di esperienze di vita, di sentimenti e di necessità impellenti.
Sono tre le forme geometriche essenziali usate in Iperipotenusa: il triangolo, il quadrato e il tondo.
Penso che il triangolo, più o meno chiuso ai vertici, sia stata una delle prime forme di scrittura nelle grotte preistoriche: una serie di brevi linee obblique sia verso destra che verso sinistra forse per ricordare avvenimenti accaduti.
La figura del quadrato è nata molto più tardi. Forse un grande architetto migliaia di anni fa ha pensato di descrivere la forza statica delle cose, cioè la base su cui installare la propria casa.
Il tondo è il simbolo del volto della madre che vive sempre nel nostro cuore per ricordarci la perfezione della vita nei suoi diversi e imprevedibili momenti.
La fine del libro può essere l’inizio e l’inizio la fine di una vita nuova.
Tutto ciò che Iperipotenusa descrive sembra certo visibile e tangibile: invece è tutto ipotetico, mai definitivo e soltanto vero nell’attimo in cui si sfoglia il libro.
È una parola “scritta” che vive così per caso.
I colori usati, il rosso, il giallo e il blu (in pittura detti “fondamentali”) li ho scelti per creare un efficace contrasto e una lettura immediata delle tre forme che descrivono dinamicamente, a chi sfoglia il libro, la simbologia dell’ipotenusa, che nel triangolo è il simbolo dell’ amore, la simbologia del quadrato che è il padre e la simbologia del tondo che è la madre, creando un romanzo d’amore silenzioso e misterioso ma gioiosamente visibile a chi lo guarda.”

 

LIA DREI
(Scritti, 1969)

 
nessuna realtà è una realtà fine a se stessa
gli oggetti non nascono oggetti ma diventano oggetti
quindi la creazione è sempre un produzione
se la città si costruisce come città
anche un libro deve costruirsi come libro
ma il libro è una città che nasce dalla crisi degli oggetti
e il libro è un oggetto che nasce dalla crisi delle città
perchè il libro non nasce libro ma diventa libro
la pagina 1 si apre sulla pagina 2 e la pagina 2 sulla 3
la pagina non nasce pagina ma diventa pagina
Lia Drei, Iperipotenusa, Ed. Geiger, Torino, 1969il libro è un tunnel che il lettore inbocca per poterne uscire
il libro è la città nella quale il lettore comincia ad abitare
nessun lettore è una realtà fine a se stessa
anche un lettore deve costruirsi come lettore
il libro ha capito che il lettore ha ancora bisogno di lui
il lettore ha capito che il libro ha ancora bisogno di lui
il lettore sta imparando a costruirsi come città
la pagina 3 si apre sulla pagina 4 e la pagina 4 sulla pagina 5
nessuna pagina è una realtà fine a se stessa
la pagina ha capito che il libro ha ancora bisogno della pagina
il libro ha capito che la pagina ha ancora bisogno del libro
la città è un tunnel che il lettore imbocca per poterne uscire
se il tunnel si sviluppa come tunnel
anche il libro deve svilupparsi come libro
la pagina 5 si apre sulla pagina 6 e la pagina 6 sulla 7
il lettore non si specchia nel libro
il lettore si inventa nel libro
perchè il libro si inventa come città
il libro diventa metafora assoluta o invenzione totale
quindi la creazione è in primo luogo rapporto
la pagina 7 si apre sulla pagina 8 e la pagina 8 sulla pagina 9
la pagina si apre sulla pagina
il libro si apre sul libro
il lettore si apre sul lettore
la città si apre sulla città



ADRIANO SPATOLA
(Iperipotenusa, Ed. Geiger, Torino, 1969)
 

Un quadro è un problema
più quadri sono un’ “insieme” di problemi
un quadro è un oggetto bidimensionale
un oggetto tridimensionale è un quadro che si è aperto e sviluppato nello spazio-ambiente circostante
l’oggetto è costruito come invenzione assoluta
non come il solito prodotto-merce da consumare
ma per essere situato in un ambiente umano dove liberare un pò di umanità insonnolita condizionata e repressa
dove invitare gli altri a partecipare a quello che ho fatto che faccio
se ne hanno voglia se le mie operazioni sul colore danno loro gioia
oppure li infastidiscono li innervosiscono o altro
un quadro è un oggetto e un problema
ma deve essere un problema di gioia
gioia e rivoluzione
rivoluzione perchè la gioia viene negata
costruiamo sogni di gioia per gli occhi
lasciamo alle persone perbene rispettabili e serie
il gusto dei cimiteri e delle angosce represse
c’è un progetto
ma anche il superamento del progetto la negazione del progetto
c’è la struttura
ma è una struttura della visione ritrovata riscoperta reinventata
rifiuto gli schemi le definizioni dogmatiche
le critiche negative perchè sfuggo allo schema “arte programmata” eccetera
non ci può essere arte programmata per tutti
Lia Dreinon ci deve essere
non rifiuto le tecniche industriali
ma il mio scopo principale l’essenza della mia intenzionalità operativa
non è di essere integrata nell’apparato produttivo
almeno finchè questo continuerà a produrre soltanto “merci”
continuo ad usare le mie mani
e mi piace usarle essere libera di usarle
la mano può sbagliare
non essere tecnicamente perfetta nella resa uniforme delle superficie
ma l’ errore porta altre invenzioni possibilità nuove
l’errore è un attimo di libertà assoluta
il rigore il calcolo il metodo il progetto sono quelli del linguaggio
che mi sono costruita e costruisco pezzo per pezzo giorno per giorno
per me e per gli altri
nelle forme e nei colori ho ricercato
gli elementi che oggettivassero emozioni e pensieri
avventure dell’occhio e dell’intelletto
realtà concrete non condizionate che dalle necessità autentiche del linguaggio
per me e per gli altri
perchè gli altri entrino ed escano liberamente dall’oggetto costruito
ne apprendano tutti i sentieri e le possibilità strutturali
si sentano partecipi e partecipino
per poi magari proseguire tutti insieme

LIA DREI
(dal catalogo Lia Drei, Galleria Il Canale, Venezia, 1969)

 

a)    Sovrapponete un triangolo a un quadrato a un cerchio.
        Cosa succede?
        (Se non siete soddisfatti, potete invertire l’ordine).
b)    Prendete tre triangoli e fatevi la piramide di Cheope.
c)    Prendete un quadrato e incorniciatevi.
d)    Prendete due quadrati, mettetevi in mezzo e fate l’uomo sandwich.
e)    Un quadrato in terra con voi sopra fa una pedana. Ballateci il tip tap.
f)     Prendete un cerchio e aureolatevi.
g)    Prendete un cerchio, un dito, e fatelo andare.
h)    Prendete sei cerchi concentrici di colore diverso e fatevi un Noland.
Catalogo, Un modo di farsi l’arte insieme all’artista, Galleria Uscita, Roma, 1970i)     Prendete un uomo nudo (braccia aperte, gambe divaricate) mettetelo in due cerchi appositamente incastrati e fatevi un Leonardo.
l)     Prendete un cerchio, bruciatelo e fateci saltare dentro una tigre.
m)    Cinque triangoli isosceli disposti a stella, fanno una stella.
n)     Un piccolo cerchio nero all’interno di un grosso cerchio giallo fa un girasole.
         D’altronde, due piccoli cerchi gialli all’interno di due grossi cerchi bianchi fanno due uova al tegamino.
o)    Un cerchio giallo fa un sole.
p)    Prendete un cerchio, disegnateci sopra numeri progressivi (dall’uno al dodici – per essere esatti - ) e avrete un orologio.
q)    Prendete un quadrato e scriveteci sopra SI o NO.
r)    Prendete molti quadrati e fateci le parole crociate (avendo cura di dipingere i vuoti di nero).
s)    Prendete due triangoli e avrete un quadrato o un rettangolo.
t)     Ma ricordate: a square is a square is a square!
u)    Prendete un triangolo capovolto e avrete una V. Raddizzatelo, mettetegli una cintura di sicurezza e avrete una A. (Per le altre lettere dell’alfabeto,      seguite le vostre inclinazioni).
v)    Ricominciate dalla a.
z)    Se invece siete stanchi, zzzzzzzzzzz! Andate a dormire.

GIULIA NICCOLAI
(Un modo di farsi l’arte insieme all’artista, Ed. Uscita, Roma, 1970)
 
“…Il viaggio è della ricerca e nella ricerca. Al di là di un cercare lucido e coerente, incentrato sulle forme e sulle modalità d’espressione estetica, la ricerca di Lia Drei travalica i limiti strettamente tecnici dell’artisticità, per approdare ad una visione totale che non esiterei a definire ampiamente culturale (in senso antropologico) e , ancora di più, specificamente teorica.Catalogo mostra, SM13 Studio d’arte moderna, Roma, 1972
La ricerca è costituita proprio da un indagare l’equilibrio tra il viaggio nel mezzo tecnico-espressivo, la costruzione, l’acquisizione e il possesso del metodo (di lavoro e di visione), e la composizione estetica dell’opera (intesa nella sua perfezione irripetibile di condizione di approdo, compiuta in sé eppure rinviante alla continuità di una indagine incessante, che dalla definizione dell’opera compiuta prende le mosse per tendere in avanti).”

MAURIZIO GRANDE
(Dietro la luce, Ed. SM13  Studio d’Arte Moderna, Roma,  1973)
 
“…Un lavoro di riduzione e di trasformazione degli elementi preesistenti ha portato l’artista , in queste opere recenti, ad una coaugulazione del linguaggio. Svuotando le forme dall’interno e rinunciando anche, salvo qualche residua citazione, al colore ma (colore è sostanzialmente “un atto di luce”) affronta il problema delle diverse possibilità spaziali sulla superficie bidimensionale destrutturando dall’interno la figura geometrica, lasciandola sussistere come percorso: rimane, infatti, un segno, una traccia direzionale, la linea. Rinuncia al fascino della tela interamente coperta per la pagina, per la notazione semplificata che conserva tuttavia la tensione strutturale.Catalogo, Mostra personale di Lia Drei, Galleria Fumagalli, Bergamo, 1975
La linea è a sua volta interrotta, tratteggiata, piegata in scarti bruschi, più spessa o più sottile, seconda la pressione della mano; accenna sottintende spaziature superfici di riempimento, topografie mentali, ritenzioni ripensamenti reticenze. La lezione analitica individuale in questi lavori è da intendere come momento liberatorio dal pericolo di un’occlusione che avrebbe potuto ostacolare la tensione dell’artista verso una decantazione semantica dello spazio. Non c’è dubbio che si tratti di un’operazione di “asporto” di sostanza e che questo è un atto di “riflessione”, che spalanca una spazialità illimitata.”

MARIA TORRENTE
(Lia Drei, Galleria Fumagalli, Bergamo, 1975)
 
“…Siamo di fronte a un work in progress solidificato in uno schema obbligato di tensioni misurabili e prevedibili – imprevedibili come in un gioco di scatole cinesi. L’effetto che si percepisce è simile a quello ottenuto dal codice di comunicazione che usano tra loro le navi con le bandierine di segnalazione. Lia Drei, Iperipotenusa, Ed. Geiger, Torino, 1969Nel nostro caso con questo codice il libro trasmette soltanto se stesso, è una tavola di valori assoluti che non hanno alcun riferimento con un messaggio. Il contenuto, la trama del racconto visivo è la topologia stessa del meccanismo astratto della comunicazione. Ma anche, grazie appunto ai rapporti di vuoto e di pieno, l’occhio si addentra in un percorso organizzato, come un’automobile si addentra in un paesaggio urbano. Le pagine assumono la solidità che la mente attribuisce alle facciate delle case colte in velocità con la coda dell’occhio. Un’altra ipotesi di lettura quindi: percorrere questo oggetto a forte velocità. L’occhio trasformato in macchina da presa attraversa il libro tunnel in tutta la sua lunghezza. Il percorso organizzato coincide con una direzione privilegiata di lettura che però non annulla tutte le altre possibili e impossibili.”

GIULIA NICCOLAI
(Iperipotenusa, in Tam Tam n. 5, Ed. Geiger, Torino, 1973)
 
“…Se “partitura ” è il titolo che la mostra di Lia Drei reca (Spazio Alternativo, Roma) vuol dire che già all’interno dell’intenzionalità e degli stimoli emotivi che hanno condotto a queste realizzazioni, esiste un richiamo alla musica e ai suoi ritmi. Invito mostra personale di Lia Drei, Partitura, Spazio Alternativo, Roma, 1977Le opere proposte lo confermano: opere che non si accontentano di consistere, nella loro intangibilità strutturale, alle pareti, promuovendo col candore intatto delle superfici un decantato stimolo percettivo ed  emotivo di persistente durata ma oltre a ciò indicano sulla parete multiple vettrici di spille puntinate, ad avviare i riferimenti che nell’infinito ciascuna di esse stabilisce…”


SANDRA ORIENTI
(Drei, Il Popolo, Roma, 16 giugno  1977)
 

“…Lia Drei trafigge lo spazio , la luce… esistono analogie?  Forse, ma probabilmente è più esatto dire che nel suo gesto abbiamo una violenza, un’elegante violenza che viola lo spazio, che viola una superficie immacolata e che non fa soltanto mostra di sé. Il gesto di Lia Drei nell’infliggere lo spillo non è fine a se stesso. Da questo evento nasce subito qualcosa d’altro, scaturiscono una serie di possibilità, di altri eventi. Copertina catalogo mostra personale Galleria Il Canale, Venezia, 1977La spillo ha perforato la superficie modificandola, vi è penetrato dentro; il supporto quindi non è più quello di prima, ma neppure lo spillo è più uguale a se stesso. Il suo modo di essere è stato condizionato e non muterà finchè resterà in quella posizione.
Pur essendo sempre spillo sarà qualcosa d’altro, un limite, un traguardo, un punto di riferimento. La sua presenza incide la superficie e la anima; inflitto ortogonalmente determina una infinita possibilità di triangoli ruotanti sul suo perno, causa un’infinita possibilità di ombre che possono essere diverse e simultanee. Nasce un microcosmo, ciò che era inanimato crea delle situazioni, delle possibilità di eventi prima imprevedibili…”

LUIGI LAMBERTINI
(Lia Drei, Galleria Il Canale, Venezia, 1977)

 

“…Il processo di riduzione autoanalitica, avviato qualche anno fa con il passaggio dalla superficie interamente strutturata mediante il modulo geometrico (spazio come campo) l’aveva condotta all’opera costruita direttamente sulla parete con gli spilli. “Infliggere gli spilli nel muro significa penetrare dentro le cose con fatica e divenire parte di un tutto”, dice. Dunque spazio totale che recupera la dimensione emotiva dell’essere, riduce il segno all’ombra dello spillo sul muro, moltiplicandone le possibilità di percezione e di rapporto, modo di pervenire all’infinito che finisce per negare lo spazio come ideologia. Catalogo mostra personale di Lia Drei, Galleria Fiumarte, Roma, 1980Un’ulteriore rarefazione ha condotto l’artista alle più raffinate ed elaborate prove attuali. Un meccanismo mentale di combinazione e trasformazione associa gli elementi della pittura, facilmente riconoscibili (superficie segno colore) e quantitativamente ridotti, in ritmi musicali, modulazioni di frequenza concentrate in brevi annotazioni che lasciano libera la candida superficie. “Essere astratto con dei ricordi”, scriveva Klee. La forza della linea sfuma in percorsi vagabondi affidati alla serica duttilità del filo e alla sua ombra, l’innata nostalgia per il colore si fa citazione, nota simbolo visione aperta e chiusa, meditazione immagine trasfigurata sogno. Labirinto partitura, scrittura a specchio per una lettura trasversale, nello spazio del soggettivo vissuto come riflessione.”

MARIA TORRENTE
(Lia Drei, Galleria Fiumarte, Roma,  1980)
 

“…Lia Drei, “ovvero la costanza del codice genetico attraverso le varianti”, ritorna al gusto del quadro, o meglio della tela, su cui appunta piccole memorie colorate, fili e bolle che ascendono e discendono al di là e al di qua di una linea, a volte indicata da un percorso suggerito, a volte scoperta in un percorso da indovinare. Punti e puntine, spilli e tondini, fili e fibre non sono un “gioco”, ma rappresentazioni semplici di idee più complesse: sono procedimenti di esplorazione, scoperte di certezze attraverso il dubbio, modi di comunicazione. Sono processi cerebrali della mente. Anche nell’antica scienza sacra il punto è l’emblema del Principio, il cerchio è l’emblema del Mondo: questi piccoli cerchi, o soli, o mondi creano sulla tela costellazioni magiche, note musicali, simboli floreali. Del resto, lo “sbocciare” non è forse un irradiamento intorno al centro?”

MARCELLA VALENTINI
(Cosmogonia e codici, L’Umanità, 16 maggio 1980)

Hard and soft, 1980




 










Hard and soft, 1980
 
“…Le opere della Drei e di Guerrieri mantengono, alla distanza di circa tre lu­stri, la loro impavida qualità, la loro vampa interattiva affidata al taglio combinatorio delle forme elementari eccitate dal dinamismo cromatico, ed anche tutta la carica di sollecitazioni. Manifesto Sperimentale P, Macerata, 1981
Intese a cogliere la struttura primaria della forma nel rapporto percettivo che allea l’occhio al cervello, l’operazione ghestaltica non compie acrobazie parascientifiche, non simula la scienza, ma stabilisce con essa e con la tecnologia rapporti suscettibili di interrelazioni e di interscambi.
È quindi un’operazione, quella della Drei e di Guerrieri, che ancora oggi - e non soltanto allora, al suo proporsi, quando sembrò, e in  gran parte lo era, l’unica via praticabile per un vasto campo di esperienze artistiche agganciate ad una più ampia, attuale e futuribile dinamica - costituisce uno dei capisaldi della cultura contemporanea; ed è ancora, un territorio tutto agibile per assonanti ricerche nel campo dell’urbanistica, dell’architettura, del design, solo che coloro che operano in queste aree possano avere occhi per il presente e per il futuro, invece d’essere incantati, come sono, da crepuscolari sirene”.

SANDRA ORIENTI
(da Strutture della forma, Lo Sperimentale p. ai Musei Civici di Macerata, “Il Popolo”, Roma, 28 ottobre 1981)
 

“…Le opere di Drei e Guerrieri appartengono, di diritto, all’area di ricerca volta a sottoporre ad una verifica rigorosa i procedimenti della creatività artistica, dei modi della comunicazione estetica e della risposta del fruitore.
I due artisti concentrano la loro attenzione sulla percezione visiva realizzando strutture in cui le forme e i colori appaiono impostati su fondamenti rigorosamente calcolati: Guerrieri articola i segni sulla base di regole di composizione multiple, ma sempre di numero finito e di natura costante, che interagiscono tra loro nella composizione del quadro; si tratta per lo più di bande verticali, nere e rosse, che muovono dall’alto e dal basso della superficie con linee andamentali alternate.
Lia Drei punta su forme più libere e su timbri più aperti e squillanti di colore ma sempre inseriti in una struttura di base costruita su regole compositive il più possibile oggettive e esatte.
All’interno della poetica comune è comunque possibile individuare la diversità delle due declinazioni, più mentale e riflessiva quella di Guerrieri , più emozionale e felice quella di Drei.

FILIBERTO MENNA
(Interessanti rivisitazioni a Macerata, Guerrieri e Drei, “Paese sera”, Roma 21 ottobre 1981)
 
“…Lia Drei, con la sua recentissima  personale, dedicata alla “Avis Paradisea: misteri, simboli e allegorie”, interpreta i termini fondamentali di ambiente e partecipazione,  secondo una globalità ideologica diversa da quella corrente, ma ricca di connotazioni intimistiche e di suggestioni visuali. Catalogo mostra Metapittura, Ed. Coopedit Macerata, 1982Nei suoi lavori il tessuto estetico risulta amplificato da un vago senso di sospensione, quasi magico, per il quale si sviluppa dalla stretta bidimensionalità del quadro una  età pittorica  dell’oggetto artistico mediante formulazioni linguistiche sufficienti a rielaborare criticamente  le immagini che fluttuano nella memoria e parlano, trasformandosi in realtà spirituale metastorica e metapittorica.”

ELVERIO MAURIZI
(Un caso culturale: la Metapittura, Musei Comunali di Macerata, Ed. Coopedit Macerata, 1982 )
 
“…Lia Drei con il suo carico d’esperienza dentro la vicenda astratta piacerebbe ad Atanasio Soldati, in qui paesaggi di verde e azzurro, in quei violetti, in quei rosa. Locandina mostra, Metapittura 84, Studio F34, Roma, 1984E’ un inaspettato figurativo il suo, corpo e anima di pupe senza filo, che hanno ritrovatola morbidezza delle curve, e s’atteggiano a gesti rotondi; non conoscono il contatto con la terra e con l’acqua, neppure quando stanno sdraiate o semimmerse tra fiori e uccelli. Con il passo vacillante catapultano come se lievitassero nel vuoto. Festa di colore, stesure complementari concrete e una condizione angosciante. Lia Drei dice: “Questi miei personaggi reclamano la mia attenzione”. E, del mondo di oggi, essi gridano la solitudine, la non comunicazione. ”

CATERINA LELJ
(Metapittura, L’Osservatore politico letterario, anno XXVIII, n. 10, Milano, 1982)
 

“…La relazione tra pittura e mondo deve essere recuperata, ma può essere ritrovata solo per vie indirette, frammentarie e disorientanti e una di queste vie è data dalla stessa pittura del passato che aveva trovato i varchi gisti per incontrarsi con il reale. Di qui il termine “metapittura”, ossia una pratica artistica che rilegge la propria storia e le proprie forme per cercare attraverso la Pittura i significati della Vita e del Mondo, il senso della nostra presenza”. Le opere presentano a suo tempo nella mostra romana e quelle attualmente esposte nella Pinacoteca di Macerata confermano, da un punto di vista operativo, gli assunti teorici del manifesto meta pittorico: in questi quadri rivive la tradizione moderna e i grandi maestri del nostro passato prossimo fanno da viatico ai sei artisti romani lungo i sentieri interrotti che dovrebbero ricondurci nuovamente a contatto con le cose del mondo. ”

FILIBERTO MENNA
(Per capire se la pittura ha un senso, Paese Sera,  Roma, 24 maggio 1982)

 

“…Il problema centrale della ricerca della pittrice, come ebbe lei stessa a dichiarare, era sin dall’epoca in cui usava il cerchio “proprio nel colore luce e nel relativo movimento”, ed è su questa base che si svolge la sua ricerca, Volume, Giorgio Di Genova, Storia dell’Arte italiana del ‘900 generazione anni venti, Ed. Bora, Bologna, 1991dapprima con strutture fisse e rigorosamente disegnate, poi con movimenti minimali degli andamenti degli effetti ritmici che nelle loro teorie ora si fanno tendenti all’ovale (Struttura A10, 1967) ed ora accentuano sommessamente le sinuosità già insite nelle opere del ’65 (Quattro Azzurri, Quattro Arancioni, 1968), a preludio di quegli sconvolgimenti che si riverificheranno nel decennio successivo.
Nel Settanta, certo per sensibilità al diffondersi delle installazioni ambientali, Lia Drei sposterà il discorso dalla tela all’ambiente. ”

GIORGIO DI GENOVA
(Storia dell’Arte Italiana del 900.  Generazione anni Venti, Ed. Bora, Bologna, 1991)