“…In Europa ed anche in America queste proposte di geometria stanno tornando attuali, la lezione di Mondrian non poteva infatti andare perduta. Il ritorno ad un ordine razionale appare a molti come una necessità. Il pericolo implicito in una posizione del genere è quello di ripetere gli schemi di un’avanguardia che, per quanto valida, appartiene ormai alla storia ed è legata ad una diversa condizione dell’uomo. Ci sembra che i giovani del Gruppo 63 abbiano ben capito ed evitato questo pericolo.Gruppo 63
La struttura delle loro composizioni, sia pure molto diversa in ciascuno di loro, cerca una ripetizione, a volte addirittura ciclica, che non immobilizza la forma sulle superfici. Cerca anche effetti cromatici o di materia che certamente a Mondrian e ai pittori neoplastici sarebbero sembrati fuori posto. Ma proprio in questo consiste la validità del risultato che si prospetta in un progresso e non come un impossibile ritorno al passato”.

NELLO PONENTE
(da Il gruppo 63, Avanti!, Roma, 16 giugno 1963)
 
“...Trovo molto chiara e costruttiva la dichiarazione di poetica. Il fatto importante è che, oggi, l’artista non si sente più uno che vede le cose da un suo punto di vista e comunica agli altri questa sua singolare scoperta. L’artista è uno che vede «meglio» perché conosce le strutture e le tecniche della percezione: è, in questo campo, uno specialista.
È, però, anche uno che è cosciente dell’importanza della percezione, e non la considera come un mero dato o un materiale greggio su cui dovrà operare il sentimento o l’intelletto. è chiaro che la ricerca sulla struttura della percezione è anche una ricerca sui procedimenti, i percorsi percettivi. Lo stadio attuale della ricerca è, credo, il seguente: poiché si vuole accertare il valore di «coscienza» della percezione si studiano le strutture della coscienza che si rivelano presenti e attive nel momento della percezione.Sperimentale p
È inevitabile che si tratti, ora, di strutture storiche o logiche: perciò, e non per una istanza metafisica, gli schemi a cui si ricorre sono per lo più geometrici”...
Non è possibile fare altrimenti, perché assumiamo gli schemi geometrici come tipici e perfino simbolici della coscienza: cioè cerchiamo la struttura della percezione proiettandola su quella che pensiamo essere la struttura della coscienza..."

GIULIO CARLO ARGAN
(da Sperimentale p. - Quaderno 1964, Ed. Il Bilico, Roma, 1964)
 
“… (Guardando alcuni quadri recenti di Lia Drei)
… dicevamo, mi pare, che queste ricerche oltre a portare a certi risultati pittorici, sono anche delle ricerche che aiutano a capire il mondo, il mondo degli oggetti che ci troviamo di fronte e a giudicarlo esteticamente, perché con queste forme che lei realizza e trova, lei in fondo recupera le condizioni di visualità, di visualizzazione estetica del mondo. Dopo aver dipinto quel quadro in cui, se noi lo fissiamo, il verde, i limiti tra il verde e l’azzurro, tra il verde e il rosso, dileguano; dopo questa esperienza, che poi è un’esperienza più intensa di quella di noi che osserviamo, perché è l’esperienza di chi ha prodotto e, quindi, studiato nel suo farsi questa possibilità di visione, si provi ad andare a fare una passeggiata e fissare un prato: vedrà come capirà meglio il prato, la sua struttura visiva e, quindi, i suoi valori estetici.Sperimentale p
In questa apparente lontananza dalla natura, che molti rimproverano all’arte moderna, è in realtà la migliore maniera di riconquistare la visione della natura: non riproducendo la sembianza esteriore e superficiale della natura, ma producendo, configurando in immagine, la struttura visiva che rende il mondo oggetto estetico.
Chi apprezza forme come queste che lei ha dipinto, saprà apprezzare assai meglio la natura; perché questo è un modo di imparare a guardare; a guardare in maniera non soltanto fisica, ma in maniera giudicativa, a guardare giudicando esteticamente le forme in quanto forme che sottostanno poi ad un’unica legge: sia che siano forme prodotte dalla nostra attività di uomini – che diceva poco fa lei parlandomi del mondo come ha imparato anche a guardar le case, gli edifizi – sia le altre forme, quelle che noi crediamo di trovare già belle e fatte…”

ROSARIO ASSUNTO
(Sperimentale p., Quaderno 1964, Ed. Il Bilico, Roma 1964)
 
“…Le opere di Lia Drei e Francesco Guerrieri costituiscono un esempio concreto di questo nuovo atteggiamento che l’artista ha assunto nella condotta ideologica e tecnica del proprio fare arte.
Una condotta cioè che si serve di mezzi oggettivi, di costruzioni verificabili tramite l’ope­razione medesima del costruire, di interventi e collaborazioni miranti ad arricchire e a sondare sempre più l’esercizio della ricerca.
(…) Le loro ricerche sono sperimentali, muovono da ipotesi ben precise: valorizzare le condizioni di omogeneità tra le forme e le loro relazioni, rilevare le sollecitazioni di indeterminismo visivo, servirsi del colore come elemento oggettivo, e di relazione tra forma e spazio, eccetera, eccetera. Sicché, proprio l’indagine e il perseguimento di queste ipotesi reclamano, a che non si cada nel gratuito, una inevitabile rigorosità di mezzi espressivi.
Ne viene così un linguaggio in cui il pensiero si muove pregnantemente e ne orienta il divenire delle forme; un linguaggio che non affiora da un aprioristico atteggiamento verso l’ordine e il razionale, ma in quanto espressione rispondente alla stessa natura della materia affrontata e in quanto solo affrontabile secondo quel certo schema di visione...

LUIGI PAOLO FINIZIO
(da Sperimentale p. - Quaderno 1964, Ed. II Bilico, Roma, 1964)

Inaugurazione Sperimentale p





























Inaugurazione della mostra “Sperimentale p.” alla Galleria Il Bilico, Roma, 3 aprile 1964: Lia Drei, Luigi Paolo Finizio, Francesco Guerrieri, in secondo piano: Piero Tagliacozzo e Carlo Lorenzetti.
 

“…Nell’ambito delle nuove ricerche sperimentali la “dichiarazione di poetica” di Lia Drei e Francesco Guerrieri mi sembra una delle più lucide e stimolanti innanzitutto per il rigore con cui gli autori si sono mantenuti nei limiti del problema affrontato, senza sconfinamenti pericolosi e spesso gratuiti sul terreno della speculazione pseudoscientifica e pseudofilosofica; e poi perché essa offre una possibile chiave interpretativa a molti fatti artistici d’oggi anche al di fuori del settore specifico delle tendenze sperimentali. L’accelerazione dei processi dinamici che regolano la nostra vita psichica e la conseguente necessità, per l’uomo d’oggi, di porsi di fron­te alla realtà, non come ad una forma statica, ma come ad un complesso dinamico di relazioni, sono state opportunamente sottolineate dagli autori e giustamente interpretate come presupposti fon­damentali non solo dell’arte “cinetica” e sperimentale in genere, ma di ogni forma d’arte che non voglia voltare le spalle alla realtà del mondo moderno…”

«Questo nuovo rapporto con il reale rappresenta infatti la piattaforma comune da cui muovono tutte le tendenze vitali dell’arte più recente, anche se poi ognuna di esse segue strade diverse o addirittura opposte, come ad esempio l’“arte programmata” e il “pop art”: una piattaforma in cui avviene (o dovrebbe avvenire) l’incontro tra la soggettività dell’artista e l’oggettività del mondo esterno. Naturalmente questo incontro può assumere aspetti diversi e dar luogo a una diversa fenomenologia di forme, ma è un incontro che l’artista non può non aver avuto e soprattutto accettato e sofferto, in tutta la sua problematicità e contraddittorietà, anche quando intenda costituire - come è il caso di Lia Drei e di Guerrieri - “un linguaggio veramente intersoggettivo”, la cui efficacia sia sperimentalmente realizzata e verificata. Ora il punto cruciale della questione si presenta proprio in questo momento, quando cioè l’artista si propone di volgere quella relazione originaria - il suo rapporto con il mondo - in un discorso artistico che intenda espungere da sé proprio la problematicità e la contraddittorietà insite in quel rapporto e offrire al fruitore, non tanto un equivalente di quella situazione (un equivalente su un piano diverso, ovviamente e cioè sul piano analogico del discorso artistico), come si verifica ad esempio nel “pop art”, quanto delle norme o, meglio, delle ipotesi di comportamento in cui il peso e la contraddittorietà del reale siano non elusi, ma risolti..."

 

FILIBERTO MENNA
(da Sperimentale p. - Quaderno 1964, Ed. II Bilico, Roma, aprile 1964)

Inaugurazione Sperimentale p





























Inaugurazione della mostra “Sperimentale p.”alla Galleria Il Bilico, Roma, 3 aprile 1964: Sandra Orienti, Filiberto Menna, Lia Drei.
 

“…Non è che l’arte contemporanea rappresenti la Scienza come una volta rappresentava la Madonna (o il Diavolo); nè che abbia un contenuto scientifico; nè che, riconoscendo la sovranità della Scienza, faccia atto di sottomissione e si adatti, per sopravivere, ad una condizione subalterna e servile. Ma nessuno può ignorare che le strutture ed i modi di comportamento della società moderna sono in gran parte determinati e condizionati dalla scienza e dalla tecnologia che ne dipende; e che qualsiasi comunicazione che prescinda da questa realtà sarà presto inafferabile e inutilizzabile per mancanza di codice. Se, in questo stato di cose, si presenta ancora la necessità e il problema di una comunicazione a livello estetico, ciò significa che l’arte non è superata dalla scienza e dalla tecnologia, nè pretende di superarle e che tutto il problema si riduce ad accertare, al di là delle affinità o delle incompatibilità, il meccanismo di un rapporto di coesistenza nel medesimo contesto storico.

… Senza entrare nell’analisi particolareggiata del lavoro di Drei e Guerrieri, e senza neppure accennare alla premesse, ai metodi, ai risultati delle loro ricerche sulla struttura attuale della loro percezione, mi limiterò ad osservare che questi artisti non imitano la scienza e la tecnologia, ma agiscono sapendo quale sia l’incidenza della scienza e della tecnologia sulla realtà storica del nostro tempo: e non tanto sull’arte (come se l’esistenza dell’arte fosse data a priori, come un’esigenza insopprimibile) quanto sull’atto fondamentale del percepire, e sui procedimenti operativi che essi mettono immediatamente in azione…”

GIULIO CARLO ARGAN
(dal catalogo mostra Doma Omladine, Beograd, marzo 1967)
 
“...Un ulteriore ordine di allargamento del mondo delle esperienze visuali è dato dall’attività di quegli artisti che nell’opera ricercano la comprensione dell’intensità di esperienza estetica e del valore espressivo delle strutture primarie quali colore, forma, linea, spazio e luce. Le strutture primarie, elementi di un vocabolario ancora da costituirsi, non sono ancora state precisate (per questo motivo le ricerche muovono dai risultati della psicologia della forma), non esistono significati esatti e probanti, l’artista si trova ancora impegnato nel compito di analizzarle e di inventarle, per trovare una struttura appropriata al sistema che sta creando deve infatti inventarla. Catalogo Museo sperimentale d’arte contemporanea, Galleria Civica d’arte moderna, Torino, 1967 Nella misura in cui vi riesce, nella dimensione in cui l’opera corrisponde in generale alla natura delle sue intenzioni espressive e comunicative, l’artista può affermare di aver reperito dei termini visivi in cui la struttura primaria è il contenuto e il contenuto è la struttura primaria. L’opera occupa così uno spazio come elemento in un nuovo sistema “aperto”, che ogni volta, posto a contatto con un diverso spettatore si risolve in una nuova esperienza estetica...
...lo Sperimentale p. (Drei, Guerrieri) opera in relazione ad un metodo che miri a “reperire o costituire degli elementi di linguaggio validi intersoggettivamente”, in questo senso la ricerca di gruppo si indirizza a sperimentare ed analizzare forme elementari...”

GERMANO CELANT
(Strutture primarie in Museo Sperimentale d’arte contemporanea, Torino, aprile 1967)
 
Lia Drei

“… Ci sono, talvolta, nelle opere della Drei, alcune incidenze cromatiche più evidenti per accentuata ricerca di esteticità o, al contrario, per intenzionale, maggiore intensità percettiva: colori, appunto, che sembrano costituirsi come una divagazione, una libertà di variazione sulla certezza di un rapporto formale centrato. Ma sono, questi, brevi lampi che poi si ricompongo nella stesura severa ed esigente, e finiscono quasi con il costituire una presa di possesso più sicura del tema esperito.Catalogo mostra personale di Lia Drei, Centro di Cultura Democratica, Cagliari, 1968
(…) L’incastro delle forme geometriche del fondo con i dischi scattanti nei colori fluorescenti era così compiuto, eppure mai statico, ricaricandosi, ad ogni prova, delle multiple disponibilità assegnate a quella basilare grammatica. Da quella vicenda, fondamentale nel suo percorso, la Drei ha poi estratto la forma del triangolo (…)
I triangoli sono diventati come lame appuntite, raggi di rigore geometrico, trafiggenti una convergenza che non stabilisce più, soltanto un rapporto percettivo spaziale tra l’opera e il fruitore ma si appunta all’interno del quadro, con un processo di arretramento del punto di vista, per il quale si giunge a tentare, nell’arco del lavoro della Drei, fino ad oggi, l’intero percorso delle vicende spaziali: dall’estrazione di esse, appunto, alla focalizzazione del punto di vista, capillarmente condotta.”

SANDRA ORIENTI
( dal catalogo Lia Drei, Centro di Cultura Democratica, Cagliari, 1968)
 

“… Lia Drei muove dalla ricerca di una costante omogeneità fra i simboli impiegati e le relazioni poste in essere, i simboli hanno forma geometrica e le relazioni promanano dall’accostamento di due colori diversi all’accostamento di più colori e soprattutto di più colori e più forme, man mano però l’operazione mostra che si possono verificare condizioni  di omogeneità anche complicando i rapporti, anzi lo scopo della ricerca diventa la instaurazione di un condizione di tensione e di equilibrio mediante un procedimento articolato. D’altro canto tensione è ben presente nell’impiego del colore che tende a dilatarsi contrastando con le forme che lo delimitano, mentre altresi le forme sono di continuo forzate e falsate dal colore.
Nell’operazione Drei è sostenuta da un assai felice senso dei rapporti fra colore, da una capacità intuitiva robusta e concreta… ”

CLAUDIO POPOVICH
(da Appunti per Drei, Glattfelder, Guerrieri, catalogo Galerija Doma Omladine, Beograd, 1967)

Inaugurazione Strutture Visive

















Achille Pace, Lia Drei, Francesco Guerrieri, Claudio Popovich all’inaugurazione della mostra Strutture visive, Galleria Aquilone, Firenze, aprile 1965.